Procura chiede condanna dei fratelli Zagaria per usura ed estorsione

Nel processo, partito dalla denuncia dell’imprenditore bufalino Roberto Battaglia, che in seguito alle estorsioni del clan è finito in mano agli usurai, è imputato anche Filippo Capaldo, nipote del boss

Casapesenna – “Roberto Battaglia è una vittima dei fratelli Zagaria, che per questo vanno condannati”.

A sostenerlo il sostituto della Procura generale di Napoli, Maria Cristina Gargiulo, nel corso della requisitoria del processo d’appello che vede imputati per estorsione aggravata e usura Antonio, Pasquale e Carmine Zagaria, fratelli del capoclan dei Casalesi Michele Zagaria.

Nel processo, partito dalla denuncia dell’imprenditore bufalino Roberto Battaglia, che in seguito alle estorsioni del clan è finito in mano agli usurai, è imputato anche Filippo Capaldo, nipote del boss, suo delfino ed erede alla guida della cosca, Raffaele Capaldo, il fedelissimo del clan Pasquale Fontana e gli imprenditori titolari di concessionarie d’auto Nicola Diana e Ciro Benenati. In primo grado, nell’ottobre 2014, furono tutti assolti.

Il Pg ha chiesto pene dai 12 ai 14 anni per gli imputati, ritenendo che «l’attendibilità di Battaglia sia stata comprovata da importanti magistrati anticamorra come Federico Cafiero de Raho (oggi Procuratore Nazionale Antimafia, ndr) e Catello Maresca», per anni pm di punta della Dda di Napoli nelle indagini sul clan Zagaria. Battaglia (difeso da Gianluca Giordano e Carlo De Stavola), a causa delle estorsioni e delle minacce subite, ebbe anche la scorta, che gli è stata revocata nel giugno 2018. “La scorta – spiega oggi – mi fu tolta con una semplice telefonata, senza che mi fosse data alcuna spiegazione. Faccio ora appello al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese affinchè la ripristini, almeno quando vengo in Campania”.

Battaglia lavora tra Roma e il Casertano, in particolare l’area di Caiazzo, dove aveva un’azienda bufalina che dovette chiudere dopo le vicissitudini giudiziarie. “Sto provando a riaprire l’azienda nel Casertano – spiega Battaglia – ma ho timore per la mia incolumità”.

Sulla scorta, Battaglia ha avviato una vera e propria sfida a colpi di carta bollata con il Ministero dell’Interno, che già ad inizio 2014, prima che arrivasse la sentenza di assoluzione per gli Zagaria, aveva ridotto il dispositivo di tutela disponendo che si attuasse solo nel territorio della regione Campania e non in tutta Italia; Battaglia fece ricorso al Tar del Lazio che la ripristinò su tutto il territorio nazionale; nel frattempo si è trasferito a Roma ma la scorta gli è stata revocata definitivamente. “Ho fatto ricorso amministrativo al Capo dello Stato – spiega – ma sono in attesa di risposta da oltre un anno e mezzo” conclude l’imprenditore.